La sindrome dell’impostore.
La mente di Marco era un vuoto che urlava. Da quando si era separato, la sua vita si era trasformata in una corsa a ostacoli: geometra freelance e papà a tempo pieno di due piccole, adorabili, pesti. La pressione di essere sempre perfetto in entrambi i ruoli lo stava soffocando. Sullo schermo del PC, il foglio di lavoro per una ristrutturazione importante restava tristemente bianco, una tela immacolata che lo giudicava in silenzio.
Un tempo si sentiva sempre molto sicuro di se stesso e del proprio lavoro. Ma da alcuni mesi, complice il fallimento del suo matrimonio si sentiva disorientato e vittima di mille paure. Nella sua mente si accavallavano pensieri terribili: “Le mie idee non sono all’altezza,” “Ho avuto fortuna finora,” “Non sono davvero bravo come credono.” “Mi licenzieranno” “Fallirò sia nel lavoro che come papà”
Questi pensieri velenosi lo tormentavano, soprattutto a ogni nuovo progetto. Più si sforzava e più il progetto sembrava impossibile da realizzare. Le sue paure ingiustificate e i pensieri autolimitanti lo avevano intrappolato in un loop di procrastinazione infinito. Non osava presentare i suoi progetti per paura di essere licenziato, sentendo il peso di dover garantire un futuro sicuro ai suoi figli. Questa ossessione lo portava a passare intere giornate a fissare inutilmente il computer, lasciandolo con un profondo senso di colpa e frustrazione. Dormiva male e non trovava più tempo per giocare con i suoi figli.
Una sera, dopo aver trascorso ore a fissare, inutilmente, il cursore lampeggiante del CAD, si sentì svuotato e decise di smettere di lottare. Si sentiva un fallito, convinto che il licenziamento fosse solo questione di tempo.

Mentre fissava il vuoto, avvolto da questa cappa di negatività, suo figlio, tornato da scuola, gli si avvicinò e gli mostrò un disegno: una casa con il tetto storto, alberi che sembravano palloni e un sole con i raggi blu e viola. “Che ne dici, papà?” gli chiese. Marco, sorridendo, gli rispose che era bellissimo. “Non è perfetto,” gli disse il bambino, “ma mi sono divertito a farlo.”
Fu in quel momento che a Marco tornò in mente una frase che aveva letto in un vecchio libro: “Inizia, anche se male. La perfezione la troverai strada facendo.”
Non si trattava di creare un capolavoro, ma di rompere il muro di paure che aveva costruito. Non cercò più di sforzarsi.
Semplificò il processo: tracciò una linea elementare per un muro. Poi ne aggiunse un’altra. Era un disegno grezzo, ma era un inizio. Era un punto di partenza.
Da quelle linee imperfette, iniziò a nascere un’idea che si evolse, si raffinò e prese forma. Marco non aveva realizzato un progetto perfetto, ma era abbastanza buono per essere approvato.
Capì che era lui il suo peggior nemico di se stesso, con le sue paure ingiustificate si metteva in difficoltà da solo. Capì che pensare sempre in negativo mina la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità. E quella sera, chiuse il computer in un’ora decente per dedicarsi ai suoi figli, con la consapevolezza che sia nel lavoro che nella vita privata, la felicità è un’opera in costante evoluzione e non è importante essere “perfetti” ma andare avanti passo dopo passo con fiducia e positività
Sintesi
Il racconto di Marco insegna che la sindrome dell’impostore non si sconfigge con la perfezione, ma con il coraggio di iniziare, anche imperfettamente. Rompi il circolo vizioso della procrastinazione agendo, e ricorda che la fiducia in te stesso non è un punto di partenza, ma il risultato di un percorso fatto di piccoli, concreti passi.
I racconti del coach: sono una raccolta di racconti brevi, storie, anche autobiografiche, ricche di significato, per offrire spunti di riflessione su sé stessi e sull’importanza di vivere consapevolmente.
Primo racconto: La montagna di carta.
Secondo racconto: La guerriera
Terzo racconto: Hai visto il gatto?
Quarto racconto: Il tetto storto.
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